Ecco l’effetto del ddl Salvini antidroga: 33,5% di nuovi carcerati

Il presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, commenta la proposta: "tossicodipendenza e carcere non si coniugano".

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Dopo il tragico incidente avvenuto a Recanati, dove un’Audi A6, con a bordo un 34-enne, marocchino, ha distrutto una famiglia, lasciando orfani i due figli di 8 e 10 anni,  il ministro dell’Interno, Matteo Salvini,  ha deciso di presentare un disegno di legge urgente contro “l’emergenza droga”.

Questo ha provocato in diverse parti d’Italia diverse riflessioni riguardo il disegno di legge annunciato dal vice premier Matteo Salvini per il contrasto allo spaccio di stupefacenti e che prevede il raddoppio delle pene e l’abolizione “della modica quantità”. Il presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, commenta la proposta per Redattore Sociale.

Presidente, come valuta le proposte contenute nel disegno di legge a firma Lega?
“Mi sembra francamente che si faccia molta confusione in proposito: la ‘modica quantità’ non esiste più dal 1990, penso che il Ministro parlando di ‘abolizione della modica quantità’ intenda in realtà colpire anche il semplice consumo di stupefacenti e dunque l’‘uso personale’. Premetto che non ho letto il testo del disegno di legge in questione ma solo le anticipazioni giornalistiche, da cui traggo tuttavia l’impressione negativa, ancora una volta, di una cultura politica fondata sulla convinzione che i problemi che la società non riesce a risolvere possono essere scaricati sul carcere. L’inasprimento delle pene anche per il piccolo spaccio, se è questo, al di là degli annunci, l’intento vero della legge, significa ancora una volta ‘carcerizzare’ il problema, non volerne vedere le reali cause e le dinamiche sociali”.

“E’ noto – prosegue Bortolato – che la sola legge antidroga già contribuisce al 28,3 per cento degli ingressi in carcere, e al 33,5 per cento delle presenze. Si tratta di numeri imponenti che chiamano innanzitutto a un intervento sulla legge antidroga come priorità, ma non in senso ulteriormente repressivo, e secondariamente, sulla predisposizione di idonei programmi terapeutici alternativi al carcere. La prigione, senza considerare che non è infrequente la circolazione di droga anche al suo interno, non fa altro che esasperare il problema.Del resto dopo l’arresto di uno spacciatore, ben presto un altro prenderà il suo posto perché il traffico è in mano a grosse organizzazioni criminali pronte a sostituire le piccole pedine dello spaccio: il problema non viene eliminato se non si colpiscono i pezzi più grossi della scacchiera”.

Dopo un lungo lavoro di ricerca, un anno fa la firma di un protocollo d’intesa tra Conams e FederSerd per favorire le misure alternative nel caso di detenuti tossicodipendenti. Il ddl quali conseguenze potrebbe avere in questo ambito?
“Devastanti: premesso che per il tossicodipendente, sia esso spacciatore o meno, e il più delle volte lo è, l’esecuzione penale dovrebbe sempre imperniarsi sulla ‘terapia’, denominatore comune di tutte le modalità di trattamento del detenuto tossicodipendente, ritengo che il modello attuale già sia costellato da una serie di limiti che si traducono in una concreta inaccessibilità o marginalità dell’offerta terapeutica extracarceraria, intesa a rimuovere l’eziologia del reato inibendone la recidiva, e su questo interveniva proprio il Protocollo che lei citava. Figuriamoci cosa potrà accadere con un inasprimento sanzionatorio che produrrà più carcere, meno terapia, meno programmi esterni in soggetti che, una volta espiata la pena, torneranno a consumare stupefacenti e a spacciare e dunque a commettere quei reati che si vorrebbero evitare, a meno di ipotizzare un ‘ergastolo’ per tutti, come del resto sembra ipotizzare lo stesso Ministro che vorrebbe vedere gli spacciatori ‘scomparire dalla faccia della terra’”.

Il problema dello spaccio e delle zone franche nelle grandi città è reale. L’attuale legislazione consente un contrasto efficace o c’è bisogno di intervenire? Se sì, come?
“Non si può negare il problema dello spaccio nelle piazze che in certe città è una vera emergenza: ma il problema è che, dall’altro lato, tossicodipendenza e carcere non si coniugano. E’ un dato inconfutabile, infatti, che il carcere acuisca in modo esponenziale le problematiche dell’individuo e che, soprattutto, il carcere abbia scarsi effetti deterrenti per chi è abitualmente dedito ad assumere sostanze stupefacenti ed è propenso a commettere reati per procurarsele. Il tossicodipendente grave, che è spesso anche spacciatore, non teme il carcere, potrei portare l’esempio di molti condannati che preferiscono il carcere alla comunità terapeutica, ma il dato è che la popolazione detenuta tossicodipendente comprende per lo più fasce marginali e problematiche: persone che vivono uno stato di svantaggio e di disagio per le quali, più che una risposta carceraria, sarebbero opportune politiche sociali di inclusione”.
“Non mi nascondo – conclude Marcello Bortolato – che i reati commessi da soggetti affetti da tossico/alcoldipendenza a volte siano gravissimi, come quello di Recanati che ha occasionato questa forte reazione della politica ma anche quelli commessi in ambito endofamiliare a causa dell’eccessivo consumo di alcol, e che spesso rimangono impuniti. Ma la soluzione non può, ancora una volta, essere il carcere, soprattutto per chi ha prima di tutto necessità di essere curato. Nessuno ha la risposta pronta per risolvere il problema della diffusione ormai capillare della droga soprattutto fra i più giovani, dove provoca com’è noto i danni maggiori, ma una cosa è certa: per stroncare lo spaccio innalzare le pene per tutti è una risposta sbagliata, destinata al fallimento, tanto più a fronte di un sovraffollamento carcerario che già rischia, tra pochi mesi, di far scoppiare nuovamente le nostre carceri”.

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