La bolla finanziaria del calcio italiano rischia di esplodere

Negli ultimi 5 anni perdite per 385 milioni (annuali), l'indebitamento complessivo ha sfondato quota 3 miliardi.

L’affare che ha portato Neymar dal Barcellona al Paris Saint Germain ha stravolto gli annali del football, non c’è che dire. Ma questo trasferimento monstre non ha scritto solo la storia sportiva, anzi, più che altro che riscritto quella finanziaria. E anche quella della fu etica del pallone.

Eppure ci sono molti altri aspetti, legati alle operazioni dei club, a dover far tremare i polsi. Ne hanno scritto Stefano Caselli e Marco Maroni sul Fatto Quotidiano: “Quello di Neymar è un caso a sé, non solo per la cifra, 600 milioni complessivi da record. Lì l’emiro del Qatar, in piena crisi reputazionale, i soldi per il fuoriclasse brasiliano – tramite la Qatar Sports Investment che fa capo al presidente del Paris Saint-Germain Nasser Al-Khelaifi – li ha sborsati davvero: è una questione diplomatica-politica, più che sportiva. Ma nel resto del calciomercato le cose vanno diversamente”.

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I riflettori sono puntati sull’Italia, dove la grande bolla finanziaria, fatta di debiti non pagati e operazioni onerosissime (anche troppo) diluite e spalmate negli anni, facendo leva sul sistema creditizio bancario, che apre volentieri i cordoni della borsa quando a chiederlo è il “Dio Pallone”, rischia di scoppiare. “Nel 2016 a livello internazionale i grandi club hanno speso quasi 5 miliardi per cartellini ingaggi dei Campioni del pallone, ma solo 700 milioni sono stati realmente pagati. Il resto sono scambi, compensazioni, valutazioni gonfiate per abbellire i bilanci. Nella serie A quest’anno la spesa complessiva è per ora di 688 milioni di euro (solo la Premier inglese ha speso di più), con un saldo negativo di 147 milioni tra incassi e spese”, riporta ancora l’articolo.

“La bolla in Italia rischia di scoppiare, perché quella dei nostri club è una situazione fragile. Secondo i dati del Report calcio 2017 dell’ufficio studi Arel, con Pwc e Figc, il sistema professionistico ha prodotto negli ultimi 5 anni perdite aggregate annuali di 385 milioni, con scarsi risultati sportivi a livello europeo”, si legge ancora sul Fatto.

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E “ad essere fuori controllo è proprio il costo del ‘lavoro’. In serie A l’incidenza degli stipendi sul costo della produzione è arrivato al 53% del totale, in crescita del 9,7%. I ricavi sono stati di 2,4 miliardi nella stagione 2015/2016, il grosso in Italia lo fanno i diritti tv, 1,1 miliardi, il 46% del fatturato, mentre gli incassi da ingressi negli stadi sono fermi, 224 milioni, nonostante il prezzo dei biglietti aumentato del 10%”. In totale, dunque, il “bilancio aggregato della serie A registra una perdita complessiva di 250 milioni”.

Entrando nel dettaglio, “i club in utile nel 2015 (ultimo dato disponibile) erano il 37%, contro il 75% del Portogallo, il 70% della Spagna, il 65% dell’Inghilterra, il 61% della Germania e il 45% della Francia” e la “parte più preoccupante – discorso che riguarda quasi tutte le società di Serie A – è l’indebitamento: nel 2017 è ancora aumentato, del 3,1%, ora è oltre quota 3 miliardi, di cui 800 milioni sono debiti ‘verso enti settore specifico’, cioè ritardati pagamenti fra club”.

Tutto questo a fronte di un “patrimonio netto, cioè il valore dei mezzi propri delle società, 75 milioni complessivi, è solo il 2% delle attività. Quello che salva dal crack le grandi, oltre capitali stranieri, è il fatto che il calcio è un business con ricavi abbastanza garantiti, quanto basta alle banche per aprire il portafoglio”.

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Viene quindi naturale chiedersi lo Stato cosa faccia per vigilare su certi aspetti abbastanza preoccupanti dello sport nazionale. Le risposte sembrano fornirle i numeri. Infatti “alle casse dello Stato club mandano un bel po’ di soldi. La serie A nel 2014 (ultimi dati disponibili) ha pagato 771 milioni di tasse sulle società e 471 milioni di imposte sui redditi”, scrive Il Fatto Quotidiano. E “il calciatore porta a casa un po’ più della metà del suo ingaggio. Su un milione di imponibile lordo il netto e 564,8 mila, più di un collega che gioca nel campionato tedesco (564,5 mila) o spagnolo (559 mila), ma meno di quanto si incassa in Inghilterra (569,6 mila), Francia (569,6 mila), per non dire del Qatar, dove l’aliquota è zero e il milione tondo come un pallone”.

Palla al centro, dunque. The (italian football) show must go on. Nonostante i debiti, nonostante i pericoli che prima o dopo la bolla scoppi davvero, travolgendo tutto. Anche i sentimenti dei tifosi, ovviamente.

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