Italia nell’euro: dipende da un governo a mezza strada tra Maduro e Le Pen

I danni collaterali della Destra populista al potere. Moavero Milanesi è un po’ il garante delle previste turbolenze di Savona.

364 2
364 2

di Alberto Negri

Un presidente del consiglio senza storia e che per ora nulla ha detto perché forse nulla ha da dire, uno speaker dei due galletti del pollaio che fanno i vice con dei ministeri-chiave; qualche ministro tecnico e un drappello di esordienti con il professor Savona a tener su, con qualche battuta salace sull’euro, la compagine di un governicchio ibrido, un pò politico e un pò tecnico, che non deve dispiacere troppo né i suoi sostenitori né i suoi avversari. Ne potevamo fare a meno se non fosse che c’è da votare provvedimenti essenziali come la finanziaria.

Ma in un Paese di esangui cantori della politica come il nostro non si sa mai, potrebbe pure durare. Questo è quello che passa il convento e con il quale chiediamo grazia ai mercati, che però sono, di solito, impietosi. Quanto alla politica estera, lasciando a parte la questione euro, si dovrebbe riflettere che il Paese è al centro del Mediterraneo, il mare di profughi e delle guerre, e con una proiezione politica ed economica verso Oriente oltre che in Occidente.

Chi va agli Esteri deve avere ben chiaro che l’Italia è l’unico Paese rimasto inchiodato al tavolo degli sconfitti della seconda guerra mondiale (la Germania si è riunificata) e si sono presi la libertà di destabilizzarlo facendo fuori Gheddafi, il suo più importante alleato nel Mediterraneo. E’ quindi anche l’unico Paese non arabo e non musulmano del Mediterraneo che insieme alla Grecia ha subito i contraccolpi delle primavere arabe. Tutto questo ci è costato miliardi di euro e centinaia di migliaia di profughi, con tutto quello che ne è derivato anche sotto il profilo della politica interna.

L’euro è un’unità di misura monetaria, sopravvalutata probabilmente, del nostro debito pubblico che per altro noi abbiamo accettato volontariamente. L’attacco Libia nel 2011 è stato invece un atto deliberato di guerra contro un regime con cui l’Italia il 30 agosto del 2010, sei mesi prima dei bombardamenti francesi, inglesi e americani, firmava trattati economici e accordi sui migranti. Non contenti del colpo di maglio subito ci siamo accodati ai raid contro il Colonnello libico sotto ricatto della Nato che minacciava colpire i terminali dell’Eni. In poche parole i nostri alleati della Nato, cui avremmo potuto rifiutare le basi come sosteneva l’ex capo di stato maggiore Camporini, ci hanno messo spalle al muto fornendo poi pochissimo aiuto o quasi niente per assorbire le perdite umane e finanziarie del crollo della Libia.

Se l’Italia, oltre alla Libia, oggi è destabilizzata lo dobbiamo a loro: i nostri partner sono anche i nostri concorrenti più determinati e cinici. Non è  un caso che, nel pieno della nostra crisi politica, Parigi abbia appena convocato una conferenza per soffiarci la Libia: non era presente neppure il nostro ministro degli Esteri o qualche ectoplasma del passato governo. Il problema non è l’euro ma chi siamo come Paese, come Stato.

Quindi è inutile perdersi in smancerie con Enzo Moavero Milanesi, ottimo allievo del compianto professor Luigi Ferrari Bravo di cui anche chi scrive apprezzò la competenza e saggezza (oltre che l’ironia sottile), lui stesso docente di diritto comunitario, funzionario europeo e già ministro per gli Affari europei nei governi di Mario Monti ed Enrico Letta: conosce tutti i meccanismi dell’Unione ed è conosciuto in tutte le principali cancellerie europee.

E’ un po’ il garante delle attese sparate di Paolo Savona ma soprattutto è un buon negoziatore, come già ampiamente dimostrato: in poche parole potrebbe essere ministro in qualunque governo italiano ed europeo senza sollevare obiezioni. Ma Bruxelles non basta: i nostri dossier scottanti e strategici stanno tutti a Sud, nel Mediterraneo, in Medio Oriente e a Est con la Russia. E qui ci vogliono coraggio e fantasia: i suoi sottosegretari avranno un ruolo importante per coprirgli le spalle, come pure le commissioni esteri parlamentari. Sulla sponda Sud lo attendono al varco.

Fonte: Tiscali News

In this article

Scrivi un commento

2 commenti

  1.   

    I fatti direbbero che questo è invece un governo che parte almeno con una maggioranza voluta democraticamente dal popolo e non dal mattarello di turno che si sveglia alla mattina con l’idea di un nuovo premier.
    E’ stato ostacolato abbastanza ed è costato le fatidiche sette camice tanto da farlo ritenere credibile. Nessuno si affatica( tanto meno i politici) per una meta mediocre che non interessa e che potrebbe pure portargli danno.
    Persino i deputatii e senatori dem gridavano imboccati “questo governo non s’ha da fare”, ma pensavano “speriamo che non ci diano retta.”
    Inoltre sarà dai tempi del rapimento Dozier che un Bannon non veniva esplicitamente  a ispezionare la penisola.

  2.   

    Questo che scrive di “governicchio” è per caso parente di toni negri?