Barilla contro Trump: «Sul commercio, è un pericoloso salto all’indietro»

L’ Unione Italiana Food è nata pochi giorni fa alla vigilia della Brexit e sotto l’incombente minaccia del protezionismo americano. L’Uif mette insieme le associazioni industriali di pasta, …

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L’ Unione Italiana Food è nata pochi giorni fa alla vigilia della Brexit e sotto l’incombente minaccia del protezionismo americano. L’Uif mette insieme le associazioni industriali di pasta, dolci e prodotti alimentari e rappresenta 450 imprese che danno lavoro a 65.000 persone con fatturato di oltre 35 miliardi, di cui 10 miliardi di export. Alla guida c’è Paolo Barilla mentre Marco Lavazza sarà il vicepresidente.

Presidente Barilla, perché vi siete messi insieme?

«Abbiamo seguito le indicazioni di Confindustria: uniamo le nostre forze nel pieno rispetto delle diverse identità aziendali e merceologiche (più di 20 settori, ndr.) e sulla base di un comune sistema di valori. Questo ci permetterà di condividere competenze e fare passi in avanti su temi strategici: l’internazionalizzazione, la sostenibilità, il miglioramento della valenza nutrizionale dei nostri prodotti e, infine, l’informazione al consumatore moderno. E, soprattutto, ci presentiamo alle istituzioni con un interlocutore unico».

In base ad un vostra ricerca francesi, tedeschi e inglesi hanno le stesse abitudini degli italiani e valori (gusto, qualità, convivialità e benessere) condivisi. A sorpresa però si scopre che dedichiamo meno attenzione alla cucina degli altri 3 Paesi. Che cosa sta succedendo?

«L’aspetto centrale della questione e’ che gli italiani fanno attenzione alle informazioni sui prodotti e si attendono molti miglioramenti dal mondo del cibo. Probabilmente noi in cucina sappiamo che cosa fare e siamo più veloci. Quel che è certo e che in tutta Europa i cittadini vorranno più qualità dei prodotti. È un tema trasversale».

L’Uif deve tutelare circa 800 marchi del made in Italy che finiscono sulle tavole mondiali. Sui mercati internazionali, però, gli Stati Uniti con il nuovo presidente Donald Trump hanno messo nel mirino i prodotti del made in Italy. C’è il rischio di una guerra commerciale?

«Si sta mettendo in discussione il senso del libero commercio così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 30 anni. È un salto all’indietro e credo che a breve ci potranno essere contraccolpi pesanti anche se in questo momento, con informazioni grezze e non ancora dettagliate, si rischia di fare allarmismo. Io comunque penso di tratti di un fatto temporaneo».

Perché è così ottimista?

«Sono ottimista nel lungo periodo. Il senso della storia va in un’altra direzione: è interesse di tutti tornare al libero commercio con regole ed equilibri che, sicuramente, si possono definire meglio. La qualità sarà l’elemento che guiderà questo processo. Senza dimenticare che fino ad oggi ha parlato solo una parte».

Cioè Trump?

«Sì e credo che fra un po’ arriverà una risposta. L’Ue non può assistere senza replicare, ne va dell’identità stessa dell’Europa unita dare una risposta autorevole. Siamo al banco di prova».

Lo stesso ragionamento vale per la Brexit?

«Sì. Anche in questo caso la storia è tutta da scrivere, e non la scrive solo una parte. Non penso si possa ragionare solo su azioni unilaterali e ritorsioni. Prima della rottura, anche con gli Usa, a Bruxelles eravamo impegnati negli accordi di nuovi standard di libera circolazione delle merci. Adesso lo scenario è cambiato e si deve trovare un nuovo equilibrio».

Intanto continua l’embargo Ue nei confronti della Russia…

«Mi auguro che finisca al più presto. Le sanzioni sono state una decisione politica ma adesso i governi devono fare uno sforzo, nell’interesse dei cittadini, per superare queste divisioni».

Cina, Estremo oriente, Iran, quali sono i mercati più interessanti?

«L’Iran ha un grandissimo potenziale e mi sembra un terreno molto aperto per le industrie italiane. In quel paese ci guardano con interesse e non hanno gusti alimentari molto lontani dai nostri. L’Iran di sta modernizzando e c’è l’esigenza e la volontà di innovare l’offerta alimentare».

E la Cina?

«È un grandissimo mercato per altre merceologie ma quando si parla di alimentare bisogna andare molto cauti, dobbiamo fare i conti con una cultura, anzi culture, alimentari molto differenti. È necessario valutare che tipo di prodotto, quale adattamento e quale racconto possa avere successo. Sulla Cina e sull’Asia in generale, prima di tutto serve una forte promozione istituzionale del sistema alimentare italiano».

Le organizzazioni agricole vanno all’attacco sull’uso da parte dell’industria di materia prima, dal latte al grano all’olio, che non è made in Italy. C’è il rischio di aprire un fronte interno?

«Il fronte è aperto da tempo. L’Italia non è autosufficiente ed esiste la materia prima italiana eccellente e quella meno di qualità. Il dogma che tutto ciò che italiano è buono per definizione è sbagliato e presuntuoso. È chiaro che più c’è materia prima italiana più siamo contenti ma la capacità dell’industria di selezione la materia prima, anche straniera, e l’arte di saper fare il prodotto hanno fatto grande il made in Italy nel mondo».

Fonte: La Stampa

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