Yemen, quattro anni di una brutta guerra. Dimenticata da tutti

Nel conflitto scatenato da Arabia Saudita e EAU contro gli Huthi, terribili conseguenze: 10 mila morti, compresi migliaia di bambini.

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di Eleonora Ardemagni*

Il 26 marzo di quattro anni fa iniziava la guerra nello Yemen, da allora frammentato in feudi politico-militari nati dalla saldatura fra milizie, signori della guerra e segmenti delle forze di sicurezza regolari. Fuori dall’ottica binaria insorti-governo, ricomporre il conflitto – che ha causato oltre 10mila morti – non è mai stato così complicato.

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Il 26 marzo 2015, un’inedita coalizione militare araba guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau) dava inizio a un intervento armato nello Yemen, con l’obiettivo di ripristinare le istituzioni ad interim riconosciute dalla comunità internazionale, dopo il colpo di stato degli insorti huthi. A quattro anni dall’inizio della guerra, lo Yemen in conflitto ha cambiato volto: solo il doloroso conteggio delle vittime rimane fermo a 10 mila  morti, in assenza di dati certi.

I confini geografici del Paese sono intatti, ma le geografie interne, che delineano gli equilibri/squilibri di potere fra attori locali e patrons mediorientali (Arabia Saudita, Eau, Iran), sono assai mutati. Il livello nazionale, ovvero il binomio istituzioni ed esercito, è di fatto saltato, per ricomporsi in una serie di ‘feudi’ politico-militari, ovvero di micro-poteri su base territoriale nati dalla saldatura fra milizie, signori della guerra e segmenti delle forze di sicurezza regolari.

Hodeida, tregua a rischio
L’accordo di tregua per la città di Hodeida, raggiunto a Stoccolma nel dicembre 2018, sta divenendo lettera morta: le violazioni del cessate il fuoco si fanno più frequenti e c’è il rischio che la coalizione (soprattutto gli emiratini) riprenda l’offensiva aerea e di terra per recuperare, manu militari, la città-porto controllata dagli huthi. La mancata applicazione dell’accordo, che prevedeva il ritiro delle forze militari di entrambe le parti ma non specificava l’identità delle  ‘forze di sicurezza locali’ che avrebbero, in seguito, gestito Hodeida, sta portando lo Yemen a una nuova escalation. La Missione Onu di sostegno all’accordo di Hodeida (Unmha), che monitora il cessate il fuoco nonché il ridispiegamento delle forze, sembra, giorno dopo giorno, più impotente.

Hajja, la nuova emergenza
Lo Yemen non è solo Hodeida, entrata ormai nel radar dei media internazionali poiché ingresso dell’80% degli aiuti umanitari: la violenza prosegue nella città assediata di Taiz e lungo le tante linee del fronte al centro del Paese. Soprattutto, la guerra si è accesa, dal dicembre scorso, a Hajja, regione nord-occidentale al confine con l’Arabia Saudita, con bombardamenti sauditi e combattimenti fra miliziani huthi e forze tribali locali di credo salafita, che rispettavano qui una tregua dal 2013.

Secondo l’Onu, più di un milione di abitanti nel governatorato è attualmente in condizioni di crisi alimentare (su un totale di 2,5 milioni), mentre gli sfollati interni sono ormai 420 mila. Il distretto di Kushar, epicentro della battaglia, è uno dei corridoi d’accesso degli huthi alla capitale Sana’a.

Aden, potenze alla finestra
Aden
, tornata alla coalizione nell’estate 2015, è ancora teatro di periodici scontri fra lealisti del presidente ad interim Abd Rabbu Mansur Hadi, sostenuti dall’Arabia Saudita, e forze filo-emiratine legate al secessionista Consiglio di Transizione del Sud (Stc). Per la terza volta, lo Stc ha  radunato a Mukalla la propria Assemblea nazionale, di fatto un parlamento del sud, in aperta sfida alle istituzioni riconosciute guidate da Hadi; in risposta, una ‘Coalizione per il sud’ si è riunita al Cairo sotto gli auspici di Hadi e dei sauditi. Ad Aden, la diplomazia è in movimento: il ministro degli esteri britannico si è appena recato lì (prima volta di un ministro britannico dal 1996) e  la Russia ha annunciato che aprirà un consolato nella città portuale che fu capitale della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (PdrY), al contrario degli Stati Uniti, che hanno smentito tale proposito.

Hadhramaut verso lo scontro?
Il ministro dei trasporti del governo legittimo (esecutivo il cui interim è però scaduto nel 2014, quindi prima che iniziasse la guerra) ha tuonato contro “le milizie e i mercenari” che destabilizzano, a suo dire, il sud del Paese: è un chiaro riferimento alle forze yemenite organizzate e addestrate dagli Eau, ormai imprescindibili per la sicurezza e il contrasto ai jihadisti di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap).

In Hadhramaut, la regione meridionale più ricca di petrolio, al riparo dalla guerra ma non dalle infiltrazioni qaediste, si sta creando una nuova faglia di crisi tra il sud costiero e le valli del nord. Infatti, le milizie filo-emiratine, ormai istituzionalizzate nell’esercito regolare, ma di fatto rispondenti ad Abu Dhabi, controllano la fascia costiera e il capoluogo Mukalla. Dopo una serie di operazioni anti-Aqap nell’entroterra, esse si stanno però espandendo verso il nord del governatorato (Wadi Hadhramaut), un’area finora tenuta dalle brigate anche nordiste del generale Ali Mohsin (pro-Hadi), nonché da forze legate al partito Islah (Fratelli Musulmani e salafiti yemeniti), sostenute dall’Arabia Saudita. Due gli scenari possibili: spartizione informale in aree di influenza oppure escalation aperta tra ‘alleati’.

Da una prospettiva diplomatico-politica, ricomporre il puzzle yemenita non è mai stato così complicato. Ora che i ‘feudi’ crescono in numero e potere, l’intera cornice negoziale targata Nazioni Unite, figlia di una visione binaria del conflitto (huthi e governo riconosciuto), nonché politicamente invecchiata, appare ormai in un vicolo cieco.

Fonte: Affari Internazionali

  • Eleonora Ardemagni è ricercatrice associata presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi). Cultrice della materia all’Università Cattolica di Milano (Storia e Istituzioni dell’Asia Islamica), è Gulf and Eastern Mediterranean Analyst per la Nato Defense College Foundation. 

 

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