Migranti: Apocalypse Now, e allora

La fiera del commento sulla crisi migratoria volge all’apocalittico. Si insiste che “non ha eguali nella storia recente”, che “un paragone moderno non esiste.” Qualcuno arriva   a …

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La fiera del commento sulla crisi migratoria volge all’apocalittico. Si insiste che “non ha eguali nella storia recente”, che “un paragone moderno non esiste.” Qualcuno arriva   a tirare in ballo il tardo Impero Romano, quando “le popolazioni barbariche erosero i confini.” La   visione, fortemente eurocentrica, non tiene conto del fatto che esempi   moderni, anche per ordine di grandezza, non sono poi così rari.   Il caso più calzante per numeri e per intensità è quello seguito alla vittoria   dei Viet Cong nella guerra conclusa con la caduta di Saigon nel 1975. L’esito   del conflitto suggerì a tre milioni di abitanti del Vietnam e dei confinanti   Laos e Cambogia di cercare altri lidi in gran fretta. Le destinazioni preferite   erano Hong Kong—allora colonia inglese—Indonesia, Malaysia, le   Filippine, Singapore e Thailandia.   I più disperati si mossero in barca, affrontando gli stessi pericoli dei   poveracci di oggi, con in più i terribili pirati dei mari indocinesi che hanno   mandato a picco moltissimi natanti dopo avere derubato i passeggeri e   stuprato le donne. Circa 800.000 persone si sono salvate: meno della metà   di quelle partite secondo stime accreditate.

L’esodo ha lasciato dietro di sé il termine “boat people”, diventato corrente in   italiano dopo l’intervento degli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria e   la nave appoggio Stromboli, che nell’estate del 1979 parteciparono alle   operazioni di salvataggio portando in salvo 891 persone. L’ondata iniziale dei   profughi asiatici—arrivata a toccare i 56.000 arrivi al giorno—ha richiesto   una decina d’anni per essere smaltita in Occidente. Oltre la metà è finita   negli Stati Uniti e la maggior parte degli altri in Francia, Canada, Australia, Germania e il Regno Unito.   In tutto, l’Occidente ne ha accettato 625.000.   Senza nulla togliere ai commentatori impegnati oggi in una comprensibile operazione di   “sensibilizzazione politica”, ciò che sta succedendo in questi tempi non è una novità di assoluta portata   storica ed è anche gestibile—nel caso qualcuno volesse farlo.

Quello che è diverso rispetto al tragico episodio indocinese è che allora c’era qualcuno disposto a farsi   carico del problema—gli Usa, per un evidente fatto di “coda di paglia” dopo la sconfitta vietnamita—  mentre fino a poco fa la reazione europea all’inondazione migratoria nordafricana e mediorientale è   stata piuttosto caratterizzata dall’ “armiamoci e partite”…   Qualcosa d’importante invece è uscito dall’accordo triangolare Germania/Francia/Italia degli ultimi   giorni e la sua insistenza su “un’equa ripartizione dei rifugiati sul territorio europeo”. L’implicita   sottolineatura che non si poteva più aspettare che Bruxelles si desse una mossa “unitaria” mette in   evidenza la crisi dell’Unione come attore politico. In sé però l’azione è indice di vitalità, la prova che   l’Europa delle nazioni è ancora in grado di agire se è proprio necessario. Ed è proprio necessario.

di James Hansen

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4 commenti

  1.   

    Quello che sta succendendo in Europa e soprattutto in Germania nei confronti di milioni di profughi, è sicuramente una mossa stragetica ma demagocica allo stesso tempo, tant’è che poi a ruota gli altri paesi, mossi da un sentimento di colpa misto a pentimento (?), si sono adoperati per seguire le orme della Germania dichiarandosi disponibili ad accogliere i profughi.
    Ma allora perchè poi ripristiniamo i controlli alle frontiere e alziamo muri per impedire di oltrepassare i territori?
    ancora una volta l’Europa con una mano dà e l’altra toglie ma soprattutto… riusciremo mai a formare un coro all’unisono anziché avere mille voci che “cantano” parole diverse?

    Capisco che la soluzione non è dietro l’angolo ma è pure vero che non si può aspettare! Che si sedessero a tavolino per una volta e trovassero una soluzione definitiva e UMANA!

  2.   

    Vorrei provare ad andare un po’ a ritroso.
    I paesi poveri, quelli in via di sviluppo e quelli poveri in accelerata fase di sviluppo creano a noi molti problemi: l’immigrazione, il terrorismo, la competizione con le nostre imprese.
    Abbiamo per caso pensato al fatto che la colpa sia nostra, perchè andiamo troppo forte, consumiamo troppo, pensiamo in ottica di sviluppo forsennato.
    Mi chiedo: se rallentiamo tutti, non parlo di recessione, ma di rallentamento in termini di consumi, di consumo delle risorse naturali e proviamo a sfruttare le nostre conoscenze tecnologiche per permetterci di utilizzare con maggiore efficienza “un po’ meno di quello che abbiamo”, a beneficio di altri popoli, forse stiamo tutti quanti più in pace, serenità e salute?
    Ovviamente non so se funzionerebbe, altrimenti sarei l’uomo più potente del mondo.
    Un mix di interventi, meno guerre, meno inquinamento, meno sfruttamento dei terreni, meno CO2, meno disperati dall’altra parte dell’emisfero, più pace, più riconoscenza.
    Io sarei disposto a guadagnare il 5% di meno per sempre a beneficio di tutto questo.

  3.   

    Nel film di Emanuele Crialese, che descriveva le ondate migratorie italiane verso gli Stati Uniti, c’era una immagine praticamente uguale.

    1.   

      Sì vero, pensavo esattamente la stessa cosa, in Nuovomondo – che è del 2006 – è descritta benissimo proprio l’ondata migratoria degli italiani che cercavano fortuna in America.