Verdini e gli altri: prescritti in nome della legge

«In nome della Legge ti prescrivo il reato». Una formula molto in voga nella aule dei tribunali italiani. È stata pronunciata spesso nei processi in cui le parti …

«In nome della Legge ti prescrivo il reato». Una formula molto in voga nella aule dei tribunali italiani. È stata pronunciata spesso nei processi in cui le parti offese erano vittime della malasanità o della pubblica amministrazione. Perché se è vero che a godere dell’accorciamento della prescrizione dopo l’introduzione della legge ex Cirielli sono stati Silvio Berlusconi e il suo cerchio magico, è altrettanto vero che la norma ad personam del 2005 ha avuto un effetto a cascata in centinaia di altri casi. Il che vuol dire centinaia di vittime 
in carne e ossa, che hanno assistito alla morte del processo in diretta. E, dunque, alla fine di ogni speranza di vedersi riconosciuto il danno subito. Dal caso Stamina, prescritto a Torino per la truffa 
alla Regione, ai disastri ambientali 
del petrolchimico e dell’amianto, fino all’enorme buco nero dei processi 
sulla malasanità.
La prescrizione post riforma si è così trasformata nel più grande condono penale quotidiano di migliaia di procedimenti 
e ci sono persino processi in corso la cui prossima udienza fissata è già oltre i termini, in cui la prescrizione è già scritta e annunciata. Ad esempio in Calabria, a Vibo Valentia. A marzo 2017 si prescriverà uno dei filoni processuali sul caso di Federica Monteleone (nel principale sono state condannate definitivamente sette persone), morta in ospedale dopo un black out elettrico durante un semplice intervento 
di asportazione dell’appendice. Gli otto imputati, accusati di calunnia e falsa testimonianza, erano stati rinviati a giudizio il 13 novembre 2012. Ma tra slittamenti e giudici cambiati, il primo grado deve ancora finire. Prossima udienza il 30 marzo prossimo. Quando, cioè, andrà tutto prescritto.

Nel caso di Monteleone, uccisa da un mix di incuria e malasanità, la prescrizione è sopraggiunta anche per l’ex procuratore di Vibo, Alfredo Laudonio. Accusato di non aver fatto mettere sotto sequestro la sala operatoria e di aver tardato a informare dell’accaduto il pm di turno. In questo modo, secondo la Corte di Cassazione, Laudonio ha aiutato a eludere le investigazioni e di fatto ha consentito che l’impianto elettrico,non a norma, fosse riparato. Sempre all’ospedale di Vibo l’anno successivo c’è stata una seconda interruzione di corrente. Per questa vicenda furono rinviate a giudizio tre persone poi salvate, anche loro, il 20 ottobre scorso, 
dal periodo giudiziario che scorre.

E ancora a Vibo è andato in fumo, pochi giorni fa, 
il processo bis per l’alluvione del 3 luglio 2006 che causò tre morti e danni per oltre 100 milioni di euro, con la messa in ginocchio di un intero tessuto economico. Spostandoci più a Nord, a Bologna, è stato appena dichiarato prescritto il reato contestato nel processo di appello per 
il caso di Daniela Lanzoni. Morta a 54 anni 
il 27 settembre 2007 al Policlinico Sant’Orsola, due giorni dopo l’asportazione di un rene sano. Un errore fatto sulla base di una diagnosi sbagliata, dalla confusione nata dall’attribuzione di un referto e di una Tac appartenenti ad un’altra donna, con lo stesso cognome ma più anziana di 32 anni. In primo grado erano stati condannati a un anno per omicidio colposo il tecnico radiologo Stefano Chiari 
e l’ex primario di Urologia Giuseppe Severini. Non solo, i parenti di Lanzoni erano stati risarciti e il Sant’Orsola era parte civile.

Quello di Bologna è solo l’ultimo processo chiuso per prescrizione. Per di più in secondo grado dove, dicono i dati del ministero della Giustizia, durante il 2015 sono collassati 22.504 procedimenti (erano poco più di 12 mila nel 2005). In tutto, rilevano le statistiche di via Arenula, 
lo scorso anno 125 mila processi sono stati cancellati, oltre 31 mila sono morti già in primo grado. L’anno precedente in questa fase del giudizio erano stati 23.704.

«Difficilmente arriviamo a sentenze 
di condanna», spiega all’Espresso Francesco Lauri, avvocato e presidente dell’Osservatorio Sanità. Lauri cita un caso di cui si è occupato: «Una signora è rimasta paralizzata dopo l’operazione per un’ernia discale. Il processo penale contro un neurochirurgo di Bari è iniziato senza intoppi, ma dopo sei anni non era ancora terminato. Così è andato tutto 
in prescrizione».

Piccoli casi, forse, ma sommati creano 
una percezione collettiva di ingiustizia. 
Le vittime sempre più sole e i cittadini sempre più distanti dalle istituzioni. «Il terreno penale non è il più adatto per ottenere giustizia dopo un errore medico, l’accusa di omicidio colposo si prescrive rapidamente e più del 50 per cento dei casi si chiudono», conclude Lauri.

Ecco un altro esempio: in Liguria, ad Albissola, Valentina, una studentessa diciannovenne, morì per un aneurisma cerebrale nel dicembre 2005 all’ospedale di Pietra Ligure. Per quella morte due medici dell’ospedale di Savona furono condannati in primo grado per omicidio colposo. In sostanza non avevano eseguito esami che avrebbero potuto salvare la vita di Valentina. In appello, nove anni dopo, i giudici di Genova hanno pronunciato la fatidica formula «non luogo a procedere per intervenuta prescrizione».

Cambiando categoria di delitto il risultato 
è lo stesso. Soprattutto quando a finire 
sul banco degli imputati sono i corrotti o presunti tali. A fine settembre la procura generale di Napoli ha chiesto ai giudici di appello di dichiarare la prescrizione per Silvio Berlusconi per il reato di corruzione nei confronti dell’ex senatore Sergio 
De Gregorio. La vicenda è relativa alla compravendita degli eletti a Palazzo Madama, la cosiddetta “operazione Libertà”, per far cadere il governo Prodi. Berlusconi, condannato in primo grado, si è salvato grazie alla prescrizione, accorciata da una legge varata dal suo governo. Così come è accaduto in Emilia per un politico locale di Forza Italia, Giovanni Bernini, un tempo vicinissimo all’ex ministro Pietro Lunardi. Imputato nel maxi processo alla ’ndrangheta emiliana per corruzione elettorale, il giudice ha dichiarato prescritto il reato, pur ammettendo la compravendita di voti con uomini del clan.

Corruzione, abuso d’ufficio, omicidio e lesioni colpose, bancarotte e falsi in bilancio, disastri ambientali sono i reati più 
a rischio. Conseguenze dell’arcinota legge 
ex Cirielli, partorita nel 2005 dal governo Berlusconi all’apice del suo splendore. Venduta ai cittadini come riforma del garantismo d’avanguardia, in realtà assai utile all’ex premier e agli amici con grossi guai giudiziari sulle spalle. Per questo è stata inclusa nel novero delle cosiddette leggi ad personam.

Gli effetti, del resto, si sarebbero visti 
da lì a poco: la più grande emergenza all’epoca era il processo Mills, l’avvocato inglese colpevole di essersi fatto corrompere con 600 mila dollari per favorire l’imputato Berlusconi in due processi (tangenti alla Guardia di Finanza e fondi neri Fininvest – All Iberian). Nel 2010 la Cassazione stabilisce che quella tangente passata di mano più di dieci anni prima non era più perseguibile.

Non che non ci sia stato passaggio di quattrini, attenzione. Ma il tempo trascorso ha superato la soglia di estinzione del reato, che la Cirielli ha modulato sulla pena massima prevista dai singoli reati. Abbassandola sensibilmente: prima di questa norma, infatti, la corruzione, a seconda del tipo, si prescriveva in dieci 
o quindici anni. Dopo, il limite temporale 
è sceso tra i sei e i dieci anni. Ora la nuova riforma del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ferma al Senato, punta a ristabilire un equilibrio tra il diritto di ogni cittadino a non essere perseguito a vita e la necessità di non vanificare anni di indagini e sofferenze delle vittime. Così, in sintesi, la prescrizione per la corruzione è aumentata di un quarto, e alla fine di ogni grado di giudizio i termini vengono sospesi per diciotto mesi, che fino alla Cassazione 
vuol dire tre anni in più per sperare in una sentenza di condanna o di assoluzione nel merito. Intanto della ex Cirielli agli sgoccioli ne ha beneficiato anche l’ex banchiere Denis Verdini, il deputato del centrodestra che sostiene il governo Renzi. Da poco è stato prosciolto dall’accusa di corruzione. Prescritto, in nome della Legge.

di Giovanni Tizian
Questo articolo e’ stato originariamente pubblicato da L’espresso, che ringraziamo
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1 commento

  1.   

    La prescrizione dei reati “all’italiana” è un metodo sconosciuto nel resto del mondo che fa sì che i carcerati per corruzione in Italia siano una frazione di quelli incarcerati nella più morigerata Germania. La prescrizione dovrebbe venir meno con la condanna in primo grado, mentre invece permane fino alla condanna in terzo grado, rendendo facile l’impunità tra cui la restituzione del bottino frutto della corruzione. La legge in se stimola la corruzione tramite l’impunità implicita che ne deriva, quindi senza una modifica della legge sarà impossibile estinguere la corruzione.